Un punto di approdo. Leggere Hisham Matar nell’epidemia

di Fabiano Mari (articolo pubblicato su Q Code Magazine l’11/04/2020)

Reciproca esposizione

Era come se, per il solo fatto di camminare nella piazza, fossi diventato un occhio onniveggente. Ma, poiché potevo vedere ogni singolo individuo presente, ognuno di loro poteva vedere me. Era una sorta di reciproca esposizione. Qualunque cosa sia ciò che crea l’elusivo legame tra estranei che si accorgono l’uno dell’altro nello spazio pubblico, lì c’era, ma in un tale incrociarsi di correnti che l’intera piazza sembrava elettrizzata. Così, sebbene fossimo entrati in una conca, in una sorta di gigantesco bacile, piazza del Campo appariva anche sospesa, come un palcoscenico illuminato. Attraversarla è come prender parte a una coreografia vecchia di secoli, fatta per ricordare a tutti gli esseri solitari che non è bene né possibile esistere interamente da soli.

Da alcune settimane in tutte le città italiane e in molte altre città del mondo non è ammesso spostarsi al di fuori della propria abitazione privata se non per motivi di stretta necessità.

All’interno di una generale limitazione dei contatti sociali, le norme straordinarie trasformano diversi aspetti del nostro quotidiano che, forse, solo alla luce di questi nuovi vincoli possiamo mettere bene a fuoco. Un punto di approdo, l’ultimo libro di Hisham Matar appena tradotto da Einaudi, si rivela un’inaspettata guida nell’epidemia, capace di illuminare il nostro rapporto con gli altri nello spazio pubblico anche quando esso è inconsapevole, inavvertito.

Questo racconto di trenta giorni di esplorazione della città di Siena, ci insegna a guardare i luoghi in cui viviamo con la mediazione dell’arte, in questo caso i dipinti dei maestri del basso medioevo. Esso appare come un invito a utilizzare l’arte, quella che un determinato luogo ci mostra ma anche quella che si deposita nella nostra memoria, per interpretare i fatti della vita eludendo ogni forma di intellettualismo, di quell’effetto celebrativo o elitario che abitualmente accompagna l’utilizzo di riferimenti a una tradizione culturale antica.

Le prime righe di Un punto di approdo definiscono l’universo narrativo del libro. Il protagonista è lo stesso Matar, che in prima persona racconta i trenta giorni trascorsi a Siena collocandoli con precisione nella sua biografia.

Lo scrittore che arriva a Siena ha appena concluso il suo ultimo libro, Il ritorno, romanzo in cui narra il primo viaggio in Libia compiuto dopo trent’anni di esilio, alla caduta di Gheddafi, nel tentativo di ritrovare suo padre, dissidente politico sequestrato dal regime nel 1990 e da allora scomparso. E’ certamente possibile vedere in questo nuovo libro un’appendice del precedente, il capolavoro che è valso all’autore il premio Pulitzer per la narrazione biografica, tuttavia qui ci interessa sottolineare gli aspetti che permettono di leggere Un punto di approdo alla luce dell’epidemia in corso.

Matar si dice “riemerso a fatica da quel periodo di lunga concentrazione” passato a scrivere il romanzo dedicato alla ricerca del padre. Proprio allora, quando Il ritorno è in stampa, presumibilmente nei primi mesi del 2016, decide di recarsi a Siena, attratto dai pittori che fino a quel momento aveva visto esposti nei musei di Londra e di altre parti del mondo. Trascorrendo i suoi giorni nella cittadina, prima in compagnia della moglie e poi da solo, Matar compie continue visite al Palazzo Pubblico e alla Pinacoteca, percorre i vicoli, varca le mura antiche per arrivare dove la città finisce:

“Guardavo la mappa dalla città, che stava permanentemente aperta sul tavolino tra le due finestre, e riuscivo a ripercorrere non solo l’itinerario principale, ma anche le sue zigzaganti divagazioni. Era come se la forma di Siena mi si fosse stampata in mente. Tutto ciò mi faceva sentire non tanto dentro una città ma dentro un’idea, un’allegoria che si prestava, come un vecchio abito di buon taglio, alle mie necessità”.

Siena non è un oggetto da osservare, non è né una cartolina né la pagina di un manuale di storia, così come non lo sono le stanze dei suoi palazzi e dei suoi musei. I luoghi sono parte della nostra memoria e della nostra mente, “forse ognuno di noi porta con sé, insieme a tutto ciò che ci è accaduto, una privata genealogia di stanze”. Lo scrittore venuto da Londra a visitare la città toscana e i suoi dipinti si adopera premurosamente a percepire un’intimità con i luoghi che attraversa: “non sono mai incurante di dove mi trovo e di quanto spesso ho desiderato esserci”. Così la possibilità di muoversi, di cui un essere umano può essere privato col proprio consenso o in maniera coatta (per quarantena o, ad esempio, detenzione) è innanzitutto la possibilità di appagare il desiderio di un luogo cui attribuire un significato, di “isolare un’area in cui interpretare sé stessi, dove decidere che cosa è importante, che cosa bisogna privilegiare e che cosa lasciare fuori”,

Solidarietà nazionale

I personaggi minori che si inseriscono, con la casualità degli incontri che si fanno in un viaggio, all’interno del racconto di Matar sono in ordine di apparizione, se si escludono le figure degli affreschi e delle tele dei pittori senesi, una donna nigeriana che attende fuori dalla prefettura di poter richiedere il passaporto italiano dopo ventitré anni di residenza, una famiglia giordana stabilitasi a Siena da trent’anni, una giovane insegnante di lingua italiana.

Nessuno dei tre incontri, per essere narrato, chiama in causa l’Italia come nucleo di significati. La donna nigeriana, che pure vive un conflitto con le istituzioni italiane, lascia che questa condizione rimanga accennata sullo sfondo. Ciò che emerge, piuttosto, è il suo nitido desiderio di poter tornare in visita al paese d’origine.

Kareem, il figlio maschio della famiglia araba che invita Matar nella propria casa, racconta di essere stato incluso fin dalla nascita nella comunità della sua contrada senese, attraverso un rito di battesimo civile riservato a tutti i nuovi nati del quartiere. Il contesto in cui si iscrivono, quindi, i personaggi della famiglia, è sulla scala della prossimità di vicinato, non ci sono riferimenti al loro rapporto con il paese in cui sono immigrati.

Con Sabrina, l’insegnante d’italiano, lo scrittore prova “quell’affinità che unisce le genti del Sud, una demarcazione reale e tangibile in Italia” che suona come una deliberata negazione della rilevanza dei confini nazionali. Sabrina infatti proviene dalla Calabria. Nelle poche pagine che la riguardano, il tratto più importante nel definire il suo legame con lo scrittore è il fatto di aver perso il padre l’anno prima.

Rilevare l’assenza di un discorso sulla nazione Italia in questo piccolo viaggio di uno scrittore libico nato a New York e vissuto al Cairo, che dall’età di 17 anni abita a Londra, nei rapporti affettivi che crea con i personaggi che incontra, può sembrare una riflessione improduttiva.

Tuttavia, se non c’è traccia di italianità in questi legami inattesi, l’“oggetto prezioso” delle giornate senesi dello scrittore, quest’assenza cresce di importanza se si nota che l’Italia come nucleo di significati, in particolare come soggetto geopolitico, compare nel libro solo attraverso i giornali e la televisione. I brani in cui Matar ci informa di essersi imbattuto per caso nelle notizie di attualità che i media italiani riportano sulla guerra civile che era ed è in corso in Libia, non sono che brevissimi accenni. Uno di questi è particolarmente asciutto, resta sulla pagina senza svilupparsi in alcuna riflessione:

“Ho camminato a lungo per la città, poi mi sono seduto in un caffè con una birra e il quotidiano, che inaugurava una serie di articoli sulla violenza nel mio paese, affermando, se avevo capito bene, che ‘anche gli Stati Uniti riconoscono l’importanza del ruolo dell’Italia nel pianificare le operazioni del mondo occidentale contro l’Isis in Libia’.

Sono passaggi di questo tipo gli unici in cui nel libro affiora una dimensione nazionale. L’esplorazione di Siena compiuta da Matar ci suggerisce empiricamente l’ipotesi che i sentimenti di comprensione, compassione e inclusione in una comunità possano essere parte dell’esperienza di vita delle persone che si trovano a condividere uno spazio, pubblico o privato, assumendo forme diverse e persino casuali.

Se in questi giorni, nel corso dell’emergenza legata alla diffusione del Covid19, sono molte le manifestazioni collettive del desiderio di superare l’epidemia che comprendono un’affermazione spontanea di “italianità”, l’assenza di quest’elemento nell’esperienza del protagonista del libro e la sua unica comparsa come costruzione mediatica e politica, ci può aiutare a non confondere i due piani, a non mescolare la condivisione spontanea di chi vive una stessa condizione con elementi estranei come i discorsi “alla nazione” proferiti dalle istituzioni in questo periodo.

L’epidemia

“Le conseguenze della peste nera in Europa furono per molti versi simili a quelli di una guerra civile – quelle guerre molto civili attualmente in corso in Siria e in Yemen e, su scala ridotta, nel mio paese. L’epidemia in Europa alimentò il settarismo violento e il divario sociale. Avevo conservato un’immagine da una lettera del Petrarca, in cui il poeta descrive alcuni effetti della Peste nera di cui era stato testimone: ‘fatte vuote le case, deserte le città, squallide le ville, pieni di cadaveri i campi, orrenda in ogni luogo e spaventevole la solitudine’. Come nelle odierne guerre civili il morbo offrì ai gruppi criminali l’occasione di spadroneggiare. A Siena saccheggiavano le case abbandonate e derubavano i vivi, la città somigliava sempre più agli Effetti del cattivo governo”.

Un intero capitolo di Un punto di approdo è dedicato all’epidemia di peste del 1348. Esso prende le mosse dall’osservazione degli affreschi della cappella del Palazzo Pubblico, dove Matar si reca più volte. Le decorazioni della cappella sono successive all’epidemia, mentre tutti i dipinti più noti della scuola senese precedono quest’evento cruciale per gli abitanti del Medio Oriente, del Nord Africa e di tutta l’Europa.

Lo scrittore coglie l’occasione di ragionare sugli effetti di un singolo evento sull’arte e la mentalità di un’epoca, ma lo fa mettendo ogni volta le opere pittoriche o letterarie in connessione con le biografie e le memorie dei singoli autori, ipotizzandone i sentimenti. In questo capitolo aumenta il numero di citazioni, sembrerebbe quasi il brano più erudito dell’intero libro.

Anche in questo caso, tuttavia, non c’è alcun compiacimento intellettuale, traspare anzi la necessità dello scrittore di dare all’epidemia l’importanza che merita, il suo bisogno di ragionare di più, e soltanto per questo utilizzare di più i propri strumenti di conoscenza. L’epidemia è quella esperienza umana condivisa che interviene a mutare le relazioni tra le persone, l’arte ha il ruolo di rendere manifeste le possibilità che nascono da tale condivisione.

Tornando, infine, alle prime pagine del libro, riscopriamo così le motivazioni che hanno portato Matar a intraprendere il suo viaggio a Siena. Sono le stesse motivazioni che possono portarci ad aprire il suo libro durante l’attuale epidemia:

“Osservando attentamente le loro opere (dei pittori senesi) si ha l’impressione di origliare una delle conversazioni più affascinanti della storia dell’arte relativa a cosa un dipinto possa essere, a cosa possa servire, cosa possa fare e ottenere nel dramma intimo di un solitario confronto con un estraneo. Si intuisce che si chiedevano quanto un quadro possa contare sulle emozioni di chi guarda; quanto un’esperienza umana condivisa possa mutare il contratto fra artista e spettatore, e fra artista e soggetto; e quali possibilità creative possa offrire tale inedita collaborazione. Ecco perché quei dipinti mi sembravano allora, malgrado l’iniziale sconcerto, e tuttora mi sembrano, l’espressione di un sentimento di speranza. C’è in essi la convinzione che quanto ci accomuna sia più di quanto ci separa”.

La stagione della migrazione a Nord di Tayeb Salih

La stagione della migrazione a Nord è considerato tra i più bei romanzi in lingua araba composti nel Novecento. Tradotta in più di 30 lingue diverse, l’opera appare per la prima volta sulla rivista “Ḥiwār” nel 1966, prima di essere pubblicata come libro autonomo tre anni più tardi dall’autore al-Ṭayyb Ṣāliḥ, grande esponente della letteratura sudanese. Nato nel 1929 in un piccolo villaggio di campagna, al-Ṭayyb Ṣāliḥ trascorre numerosi anni della propria vita lontano dal paese natio, in viaggi continui tra l’Africa, l’Europa ed il Medio Oriente. Costantemente in bilico tra mondi radicalmente diversi, nei suoi romanzi l’autore sembra cercare una qualche stabilità nelle proprie origini, facendo così del paesaggio rurale sudanese lo sfondo perenne alla narrazione.

Come si evince dal titolo, la relazione tra Sud e Nord e, in senso allargato, tra “Oriente” e “Occidente” costituisce una questione centrale all’interno di موسم الهجرة إلى الشمال (Mausim al-hiğra ‘ilā aš-šamāl). Non si tratta di una tematica nuova: fin dal XIX secolo, la letteratura araba prolifera di riḥla, ovvero resoconti di viaggi per lo più compiuti in Europa da intellettuali in cerca di un’istruzione migliore. Tale corpus di testi definisce l’orizzonte di attesa del lettore arabo che si approccia a questo romanzo verso la fine degli anni Sessanta. Tuttavia, le aspettative sono ben presto eluse: fin dalle prime righe, si comprende che l’obiettivo del narratore non è raccontare la propria esperienza nella lontana Europa, bensì il proprio ritorno alle origini, alla vita nella tribù, ai ritmi della natura:

Tornai dalla mia famiglia, signori miei, dopo una lunga assenza, sette anni per l’esattezza, trascorsi a studiare in Europa. Imparai molto […] ma questa è un’altra storia. L’importante è che tornai.

L’opera si pone così, fin da subito, in piena rottura con la narrativa odeporica tradizionale: al centro dell’attenzione non vi è più l’Europa, l’Occidente; l’interesse si focalizza piuttosto sulla campagna sudanese e sulla sua società tradizionale, sul Sé … un Sé profondamente alterato dall’incontro con l’Altro. Dopo sette anni di assenza il protagonista, voce narrante senza nome, torna dunque al villaggio natio dove ritrova immutato quel mondo che, anni prima, aveva lasciato. L’antico equilibrio sembra essere ripristinato, se non fosse per un personaggio misterioso da poco trasferitosi nel villaggio: Muṣṭafā Ṣa῾īd. Alter ego del narratore, come quest’ultimo Muṣṭafā trascorre diversi anni della propria vita in Inghilterra, dove si macchia di un terribile crimine. Economista brillante di giorno, di notte si trasforma in cacciatore di prede femminili, incarnando a pieno l’immagine stereotipata dell’”uomo orientale” selvaggio e violento, guidato dai propri istinti e pulsioni sessuali. Come per vendetta, ecco che l’uomo nero parte alla conquista dell’Occidente colonizzatore, seducendone le donne con il proprio fascino esotico e conducendole, una dopo l’altra, al suicidio. In un’Europa profondamente impregnata delle teorie orientaliste, Muṣṭafā Ṣa῾īd si ritrova così vittima di un’immagine che lo rende carnefice e, dopo aver assassinato la propria moglie al culmine di un ultimo rapporto sadomaso, decide di lasciare l’Inghilterra per sempre. Egli torna dunque in Sudan dove, tormentato dai fantasmi del passato, incontra un destino funesto che turberà profondamente gli equilibri del villaggio e la vita del narratore, a sua volta incapace di ritrovare la pace. Difatti, l’esperienza in Europa sembra far vacillare ogni certezza, al punto che, pagina dopo pagina, anche la percezione del mondo tradizionale, idealizzato durante i lunghi anni di lontananza, cambia radicalmente. Nelle prime righe del testo, in particolare, il ritorno al villaggio natio è descritto come ritorno a una dimensione reale, quella di una vita vissuta nella sua pienezza e nel calore della società tribale, dopo sette anni trascorsi nel paese in cui persino “i pesci muoiono di freddo”. La strategia narrativa divide l’universo del protagonista in due poli contrapposti: da una parte vi è l’Europa, la lunga assenza, il freddo, la morte; dall’altra il ritorno in Sudan, la vita vera, il calore del sole e l’accoglienza della tribù. Eppure, questo sistema bipolare sembra ben presto sgretolarsi, a favore di un approccio alla realtà molto più ambiguo e problematico, in cui l’individuo si ritrova privo di certezze e in cerca d’identità. Tale approccio si incarna nella figura di Muṣṭafā che, profondamente sconvolto dall’incontro con l’Altro, cerca riparo nel mondo tradizionale dal quale proviene. Questo mondo, tuttavia, si rivela ormai troppo stretto: con i suoi valori e i suoi codici imposti, il sistema tribale finisce per soffocare l’individualità consapevole di Muṣṭafā Ṣa῾īd che, sospeso in bilico tra due mondi diametralmente opposti, soccombe. Il senso di angoscia esistenziale si traduce così nell’enigmatica scomparsa del personaggio: affogato o lasciatosi affogare, egli si abbandona al flusso del Nilo che, scorrendo inesorabile verso Nord, cancella il destino individuale senza lasciarne alcuna traccia. Il corpo di Muṣṭafā, difatti, non sarà mai ritrovato. Accanto all’opposizione Sud-Nord, ecco che un’altra tematica fondamentale emerge, conducendo il lettore a interrogarsi sul rapporto tra individuo e collettività, e, in particolar modo, tra individuo e tribù. Alla fine del romanzo, il protagonista stesso, sconvolto dal susseguirsi degli eventi, si ritrova nel Nilo, sul punto di lasciarsi morire e di perdersi totalmente tra le acque del fiume… ma, diversamente da Muṣṭafā, sceglie di salvarsi invocando aiuto. La resilienza finale del narratore appare ancora più enigmatica della morte del suo alter ego: forse esiste un’alternativa a questa semplicistica bipolarizzazione del mondo? Forse esiste un punto d’incontro tra il Sé e l’Altro, tra il Sud e il Nord, tra l’individuo e la collettività? Terminata l’ultima pagina, tante domande restano sospese. Si tratta di domande che, in un’epoca in cui la colonizzazione è un ricordo ancora fresco, spiazzano il lettore e lo conducono, per la prima volta, a mettere in discussione una determinata visione del mondo. Stagione della migrazione a Nord segna così una vera e propria svolta nella storia del pensiero e della letteratura araba: tra i suoi meriti principali vi è quello di aver suggerito un nuovo modo di concepire i rapporti tra “Oriente” e “Occidente”, promuovendo un approccio del tutto inedito per l’epoca e invitando alla demistificazione delle costruzioni ideologiche inconsciamente acquisite. Poco più di dieci anni più tardi, tale approccio troverà un’espressione più matura nel pensiero di Edward Said e del postcolonialismo più in generale.

Greta Sala

Messaggi in bottiglia dalla Tunisia postrivoluzionaria, di Serena Esposito

Message in a bottle. Storie e testimonianze di giovani tunisini otto anni dopo la rivoluzione di Mario Sei (Agenzia X, 2019)

Se non saranno gelsomini, qualche altro fiore sboccerà.

Il nostro viaggio alla scoperta delle novità e dei grandi classici della letteratura araba continua con un libro in bilico tra saggistica e narrativa, tra Italia e Nord Africa, tra sfide locali e problematiche globali. “Message in a bottle”, di Mario Sei, è un’antologia di interviste a 12 giovani tunisini la cui vita è stata profondamente segnata dai moti rivoluzionari del 2011, passati alla storia come Primavere Arabe ed oggi annoverati tra gli avvenimenti più pregnanti della contemporaneità araba.
Mario Sei, ricercatore italiano e docente di Letteratura Italiana Contemporanea presso l’Università La Manouba di Tunisi, con piglio analitico raccoglie in dodici capitoli le testimonianze di sei ragazzi e sei ragazze tra i 24 e i 34 anni, studenti della facoltà di Lingua e Cultura Italiana, restituendoci dei veri e propri messaggi in bottiglia, degli SOS chiari e coincisi provenienti dall’altra parte del Mediterraneo.
I protagonisti di questi racconti condividono il ricordo di un’infanzia povera, vissuta nelle zone rurali del paese o nella regione dei bacini minerari, dove l’aria è spesso irrespirabile a causa delle esalazioni provenienti dalle miniere. Ad un’infanzia così complicata si contrappone una giovinezza stimolante, trascorsa nella capitale tra i corridoi della Manouba. La quotidianità delle lezioni viene però interrotta dalla scintilla della rivoluzione, a cui molti di questi ragazzi partecipano attivamente. Le rivolte regalano una boccata d’aria e di speranza a giovani studenti assuefatti ad un
vero e proprio regime. La differenza abissale tra il prima e il dopo non passa inosservata agli occhi dello stesso Sei, che, osservando i suoi studenti, nella prefazione al volume, scrive: “Abituati a vivere in un sistema che pretendeva il rispetto ossequioso e servile per ogni forma di autorità, avevano finalmente trovato il coraggio per esprimersi, rivendicare diritti e rivolgersi al loro professore senza quell’eccessiva riverenza che prima di allora, pur sforzandomi, non ero riuscito a modificare”.
All’interno di queste pagine, tuttavia, non leggiamo il racconto entusiasta di una rivoluzione che è passata alla storia, ma il triste resoconto di un presente sterile e senza opportunità. I temi costanti dei 12 racconti proposti sono dunque la disillusione, l’apatia, la noia. Giovani laureati sono costretti dalla crisi economica del paese e dalla disoccupazione dilagante a trascorrere le proprie giornate in un infinito spazio bianco, un limbo d’attesa verso un futuro migliore che tarda ad arrivare e che,
dopo i fallimenti politici postrivoluzionari, sembra una vera e propria chimera. L’illustrazione della copertina è un chiaro indizio degli esiti a cui conduce l’amarezza per la mancanza di un futuro. Mohamed, 28 anni, lo spiega chiaramente nel capitolo dedicato alla sua storia: “Vivere così è brutto, perché ti senti sempre come in una sala d’attesa e arrivi a detestare il tuo paese, la tua città. In molti, a noi giovani che vogliamo partire, ci accusano di essere deboli, di tradire il nostro paese e di non aver voglia di lavorare. Ma non è vero, in realtà è proprio il contrario: è il nostro paese che ci ha tradito e messo ai margini”. Lasciare la Tunisia alla volta dell’Europa sembra essere la sola opportunità di fuga dal nulla in cui questi ragazzi sono imprigionati. La speranza di
fuggire si scontra però con l’Europa dei porti chiusi, del razzismo e dell’emarginazione del diverso.

Mario Sei, attraverso queste interviste, ci restituisce uno spaccato di vita e di gioventù che in fondo non è diverso da quello che circonda i giovani europei. Le frustrazioni, le ansie, le delusioni di questi studenti si sovrappongono con fenomeni e tendenze tipiche dell’occidente contemporaneo quali la precarizzazione del lavoro, lo scientismo del sapere, le problematiche identitarie, lo spostamento della soglia d’ingresso nell’età adulta. Ad un panorama politico molto distante dal nostro si accosta così la fotografia sociale di un paese chiamato ad affrontare una sfida non troppo dissimile da quella italiana. La lettura attenta di queste storie evidenzia dunque come il processo di
trasformazione di cui la Tunisia è stata protagonista a partire dal 2011, non si può certo dire terminato, soprattutto in virtù della persistenza di parte di quelle spinte che innescarono le Primavere.
Se siete curiosi di saperne di più , non vi resta che venirci a trovare da Tamu, mercoledì 18 dicembre, in occasione della presentazione del libro con l’autore (in collegamento skype), Lorenzo Feltrin, ricercatore e Felice Rosa, fotografo freelance.

La porta del sole di Elias Khoury

Continua il nostro viaggio alla scoperta della letteratura araba contemporanea, stavolta attraverso il romanzo di punta di uno degli autori più acclamati dalla critica orientale: stiamo parlando di Elias Khoury e del suo “La Porta del sole”. Il romanzo, pubblicato nel 1998 con il titolo di باب الشمس, Bab Al-shams, e disponibile nella traduzione italiana di Elisabetta Bartuli (Feltrinelli 2004), fu insignito del Premio Gerusalemme dall’Autorità Nazionale Palestinese ed occupa un posto importante tra i testi dedicati al conflitto israelo-palestinese.

Al centro del romanzo vi è la figura di Younis, un anziano militante palestinese che si trova in coma nelle stanze dell’ospedale del campo profughi di Shatila. Al suo capezzale lo assiste Khalil, giovane medico anch’egli con un passato tra le fila dei combattenti. Pur non essendo in grado di riportare in vita il suo padre putativo, per tutta la durata del romanzo Khalil tenta di tenere in vita Younis attraverso il racconto ininterrotto dei momenti passati insieme, dell’amore con sua moglie Nahila e delle vicende legate agli abitanti del campo profughi. Il medico fedayyn si trasforma così in un cantastorie, dando vita ad un personaggio che ricalca la Sherazade de Le mille e una notte. Analogamente alla giovane regina, che cerca di salvarsi attraverso racconti leggendari che ogni notte distolgono il re dall’ucciderla, Khalil, con la terapia della parola e del ricordo, cerca di allontanare la morte dal suo affezionato mentore.

Elias Khoury, così facendo, ci regala un romanzo dai toni epici attraverso cui esplorare la storia della Palestina moderna e contemporanea in un arco temporale che copre circa 50 anni. La rievocazione di alcuni momenti della vita di Khalil e dei suoi compaesani si accompagna alla narrazione di avvenimenti storici cruciali quali l’esodo definitivo dei palestinesi nel 1948 (dagli arabi stessi definito come Nakba), il massacro di Sabra e Shatila, la guerra civile libanese. L’autore racconta qui la storia dal punto di vista dei vinti, abbandonando però gli stereotipi e mettendo in luce in maniera del tutto inedita le debolezze di un popolo ormai smarrito, che fatica a costruire una memoria nazionale autentica, apprestandosi a diventare l’ombra di sé stesso. La narrazione del dolore dei palestinesi in queste pagine non è mai compiacente, ma risulta piuttosto volta a rilevare le criticità politiche e sociali della contemporaneità.

Nonostante a dare il titolo al volume sia il nome della grotta in cui segretamente Younis incontrava sua moglie durante i periodi di guerriglia e latitanza, questo libro non è soltanto una storia d’amore. La moltitudine di storie raccontate, che talvolta spiazza anche il lettore più attento, ci pone dinanzi agli occhi quello che è il vero tema del romanzo: il ricordo. Il racconto asfissiante di queste vicende, dunque, è in realtà il tentativo di tenere in vita la memoria storica di un popolo che, senza la propria patria, rischia di scomparire.

Parte del fascino di questo libro complesso ma avvincente deriva dalla sua genesi. Sebbene i personaggi siano frutto dell’immaginazione dello scrittore, gli episodi riportati sono il risultato delle dichiarazioni raccolte da Khoury stesso durante un periodo vissuto all’interno dei campi profughi del Libano. L’autore, così, ci restituisce un romanzo che si colloca a cavallo tra finzione letteraria e reportage, un viaggio intenso e pungente all’interno della storia e dei sentimenti del popolo palestinese.

Curiosità:

La trasposizione cinematografica de La porta del sole non ha avuto meno successo del romanzo. Il film, diretto dal regista egiziano Yousry Nasrallah, fu proiettato fuori concorso al Festival di Cannes nel 2004 e Elias Khoury partecipò alla scrittura della sceneggiatura e dei dialoghi. La lunghezza del libro (540 pagine nell’edizione italiana) trova un’eco anche nel film, cha ha una durata di ben quattro ore e trenta minuti!

Serena Esposito

Scomparso di Ahmed Masoud

Il romanzo si apre con una chiamata, non del tutto inaspettata, poche parole, una brutta notizia che convince Omar a partire in fretta e furia e far ritorno nella sua terra: Gaza. Il protagonista non riesce a smettere di pensare, come un fiume in piena, e lo travolgono i ricordi di un passato non troppo lontano, le cui cicatrici lo segneranno per tutta la vita. Durante il lungo viaggio, Omar decide di scrivere una lettera al figlio per raccontargli la sua storia. Mettere nero su bianco le esperienze vissute gli permette in qualche modo di elaborare ed accettare ciò che è stato e l’uomo che è diventato. Un salto indietro nel tempo ci riporta al 1989 nel campo profughi di Jabalya. Omar un bambino di otto anni, ingenuo e innocente come solo si può essere a quell’età, si trova a fare i conti con una realtà spietata: il padre è scomparso improvvisamente quando lui era ancora piccolo e questa assenza, per lui incomprensibile, non gli dà pace. Le scuse e le giustificazioni che gli vengono ripetute dalla madre e dallo zio sono sempre le stesse, ma non lo convincono, c’è un segreto taciuto che lui è determinato a scoprire. Omar presto è costretto a scelte che nessuno dovrebbe mai trovarsi ad affrontare. Un’infanzia rubata, soprusi e ricatti, il susseguirsi di perdite e tradimenti, scontri e resistenze sono il prezzo che il ragazzo paga per scoprire alla fine una verità ancora più dura e dolorosa.

Per la rubrica Sguardo a Sud-Est, in vista del prossimo incontro alla libreria Tamu, presentiamo il romanzo d’esordio dello scrittore e regista palestinese Ahmed Masoud, Scomparso. La misteriosa sparizione di Mustafa Ouda. Il libro, che è stato recentemente tradotto in italiano da Pina Piccolo (ottobre 2019) per la casa editrice Lebeg, e già vincitore, nella sua prima versione, del Muslim Writers Awards (Londra, 2011), viene presentato al pubblico italiano la settimana prossima. Il 23 ottobre alle 18.00 avremo quindi occasione di ospitare e dialogare direttamente con l’autore e la traduttrice Pina Piccolo. Il tour di incontri su Scomparso si fermerà, inoltre, a Bologna, Roma e Venezia.

Attraverso numerosi flashback, il lettore viene trasportato nei pensieri e nelle sofferenze vissute da Omar. La ricerca del padre è per il giovane un percorso di crescita e di presa di coscienza della realtà. Il lettore con lui apprende cosa significhi vivere sotto occupazione, come ci si senta ad essere un informatore e la vergogna di ciò che si è costretti a fare per la propria sopravvivenza. Viene inoltre descritto il ruolo della Resistenza, il coraggio, i sacrifici e gli ideali condivisi dai giovani che decidono di unirsi ai combattenti per rincorrere il sogno della libertà.

Le vicende narrate percorrono un arco di tempo di trent’anni, dalla fine degli anni Ottanta ai giorni nostri. La storia del protagonista si inserisce dunque in una cornice politica estremamente ricca di eventi fondamentali per la storia del popolo palestinese: la prima Intifada nel dicembre del 1987, i successivi accordi di pace di Oslo, con la creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese nel 1993 e la seconda Intifada nel 2000. Parallelamente al susseguirsi di questi episodi, viene analizzata in modo chiaro e semplice la realtà caotica della Striscia di Gaza, inizialmente sotto stretto controllo diretto degli israeliani, per poi diventare il campo di battaglia dei palestinesi appartenenti al gruppo di Fatah e di quelli appartenenti all’organizzazione di Hamas. Nonostante i numerosi cambiamenti politici ben descritti nel libro, la violenza non ha mai abbandonato questo lembo di terra. Ciò che rimane al lettore al termine della lettura è un forte senso di rabbia e amarezza, unito a una maggiore consapevolezza della situazione palestinese a Gaza. Dal finale inaspettato, Scomparso racconta una storia coinvolgente ed emozionante, difficile da accettare, eppure estremamente veritiera riguardo a ciò che, purtroppo, i palestinesi sono costretti a vivere quotidianamente.

Curiosità:

Ahmed Masoud è un artista molto eclettico. Nel 2002 si trasferisce nel Regno Unito per completare i suoi studi con un dottorato in Letteratura Inglese e, in seguito, pubblica diversi saggi e articoli, tra cui Britain and the Muslim World: Historical Perspectives (Cambridge Scholars Publishing, 2011).

Fondatore della compagnia teatrale Al Zaytouna Dance Theatre, si sposta con la sua troupe in giro per l’Europa per presentare al pubblico internazionale i suoi spettacoli. Tra le sue opere teatrali più conosciute ci sono: The Shroud Maker (Londra, 2016-2019), Camouflage (Londra, 2017) e Walaa, Loyalty (Londra, 2014). La sua ultima opera è Application 39, adattata per la WDR Radio Germany ed inserita nell’antologia Palestine + 100 (Comma Press, 2019).

Maria Valla

Corriere di notte di Hoda Barakat

Per concludere il percorso di Sguardo a Sud-Est attraverso i riconoscimenti internazionali alla letteratura araba, non potevamo non parlare dell’IPAF. Meno noto dei premi finora menzionati, “The International Prize for Arabic Fiction” è il premio letterario più prestigioso e importante nel mondo arabo. Il suo obiettivo è quello di premiare l’eccellenza nella scrittura creativa araba contemporanea e di incoraggiare i lettori di letteratura araba di alta qualità a livello internazionale attraverso la traduzione e la pubblicazione di romanzi vincitori e finalisti in altre lingue principali. L’IPAF è stato lanciato ad Abu Dhabi nell’aprile 2007 e ogni anno un panel sempre rinnovato di cinque giudici assegna un premio di 50mila dollari al vincitore e di 10mila dollari ad ognuno degli altri cinque finalisti per incentivare la traduzione dei rispettivi romanzi in inglese o in altre lingue.

L’editoria italiana, negli ultimi anni, ha rivolto la sua attenzione a questa realtà in maniera costante: molti dei titoli vincitori o finalisti del premio sono stati tradotti in italiano e hanno ottenuto un buon successo di pubblico in termini di risonanza e ristampe. A farlo, però, sono state case editrici di medie dimensioni che, con grande intuito editoriale, si sono aggiudicate i diritti di opere come Frankenstein a Baghdad di Ahmed Saadawi (2014 Edizioni e/o), L’Italiano di Shukri Mabkhout (2015 Edizioni e/o), Una piccola morte di Mohamed Hasan Alwan (2017 Edizioni e/o) e Corriere di notte di Hoda Barakat (2019 La nave di Teseo).

È proprio di quest’ultimo romanzo che parleremo nel nuovo appuntamento con Sguardo a Sud-Est, بريد الليل (Barīd al-layl) sesta opera della scrittrice libanese Hoda Barakat, nata a Beirut nel 1952 e trasferitasi a Parigi nel 1989, dove vive e lavora come giornalista.

Il presidente di giuria ha affermato che “Corriere di notte è un romanzo di grande qualità che si distingue per la condensata economia di linguaggio, la struttura narrativa e la capacità di trasmettere i meccanismi interiori degli esseri umani. Scegliendo di utilizzare tecniche ben note nella scrittura di romanzi, Barakat ha affrontato una sfida, ma è riuscita a innovare in modo creativo all’interno della tradizione, per convincere con successo il lettore”. Ed è proprio la particolare e innovativa struttura narrativa a colpire e appassionare il lettore: l’opera si presenta inizialmente come un romanzo epistolare atipico, costituito da cinque lettere che gli autori, tutti anonimi arabi in fuga da qualcosa, indirizzano ai loro cari con formule altrettanto anonime (Mia cara, Mia cara madre, Caro fratello, Mio caro padre). Non c’è alcun indizio su dove vivano i mittenti, perché sono sempre in un posto temporaneo, come una stanza d’albergo o in un aeroporto. Il fil rouge che lega i cinque personaggi, tutti in perenne condizione di precarietà o fuga, che non si conoscono fra loro, è il destino delle loro lettere mai spedite: ognuna viene ritrovata dal successivo narratore, che utilizza la storia del precedente mittente come incipit per narrare la propria, in una catena che ha come denominatore comune l’incertezza del loro futuro e le difficoltà del loro passato.

La prima e più consistente parte del romanzo, intitolata “Dietro la finestra”, viene completata dalla seconda e più breve sezione, “In aeroporto”, in cui i cinque destinatari delle lettere offrono il loro punto di vista sulle varie vicende personali, in una sorta di controparte narrativa rispetto ai mittenti. L’epilogo, intitolato “La morte del postino”, è costituito da un nucleo narrativo indipendente, un centro in cui le voci indirettamente si incontrano. Ma in un paese senza indirizzo o numeri civici come conseguenza della guerra, che tipo di lavoro può fare? Il finale aperto rispecchia i destini incerti di quelli che, in definitiva, sono sei personaggi alla ricerca di un futuro più saldo del loro passato e del loro presente.

CURIOSITÀ:

La vittoria dell’IPAF di quest’anno è stata tutt’altro che inaspettata: l’autrice non era inizialmente intenzionata a concorrere, ma il presidente di giuria l’ha spinta a partecipare con il suo ultimo libro (nonostante la lunghezza lo avvicini più ad una novella che ai lunghi romanzi che si sono aggiudicati il premio nelle passate edizioni). Il romanziere libanese Abdo Wazen, che era stato uno dei giurati della precedente edizione, ha fatto trapelare la vittoria della Barakat in anticipo rispetto all’annuncio ufficiale e, per questo motivo, una delle altre cinque finaliste, la scrittrice irachena Inaam Kachachi, ha deciso di non prendere parte alla premiazione.

Mauro Moschitta

La libreria della rue Charras di Kaouther Adimi

La libreria della rue Charras è un romanzo dall’architettura soprendente, in grado di catturare gli amanti dei libri e della carta, gli appassionati di romanzi storici e quei lettori e lettrici che nelle narrazioni cercano piccole tracce degli affetti umani.

Il libro è frutto delle ricerche compiute da Kaouther Adimi, giovane scrittrice algerina, sull’epopea di Edmond Charlot, libraio, editore e bibliotecario ad Algeri dalla metà degli anni ’30 fino ai primi anni ‘60.

Nato e vissuto in Algeria, Charlot si fa fautore nel paese occupato dai francesi di un’idea “mediterranea” di letteratura, aggregando attorno a sé un manipolo di scrittori che si guadagneranno più tardi, a Parigi, fama e riconoscimenti: Albert Camus, Jean Amrouche e André Gide tra gli altri.

Le edizioni Charlot si diffondono dalla capitale algerina fino a Parigi, grazie all’impeto che spinge il loro ideatore a pubblicare a qualsiasi costo, anche se la poca carta rimasta è troppo fragile o di colori diversi, anche se la pace è rotta e fuori dalla sua libreria c’è una guerra mondiale. La libreria l’ha chiamata Les Vraies Richesses, dal titolo di un libro di Jean Giono, ed è talmente piccola che allargando le braccia se ne possono toccare due pareti opposte. Quando la guerra è ancora in corso e Algeri, dove sono sbarcati gli americani, è “la capitale della Francia libera”, Charlot gioisce perché dal suo piccolo rifugio, grazie agli “amici piloti”, riesce a far arrivare i suoi libri in Libano, Egitto e Sudamerica.
Alle pagine asciutte e frammentarie del diario di Charlot si alternano, in contrappunto, i capitoli in cui si articola l’altra traccia narrativa portante del romanzo. Nell’Algeri di oggi si dipana la vicenda del giovane Ryad, giunto ad Algeri proprio per sgomberare quella che una volta era la libreria Les Vraies Richesses di Edmond Charlot, divenuta poi desolata biblioteca statale e infine chiusa e venduta. Studente di ingegneria privo di ogni interesse per la letteratura, Ryad scopre nella rue Hamami, prima rue Charras, che il vicinato ha a cuore la memoria della libreria che lui ha il compito di cancellare (è ciò che prevede il suo stage da studente di ingegneria). L’ultimo custode della vecchia libreria-biblioteca, Abdallah, da quando ha dovuto lasciare il luogo dove lavorava e viveva (dormendo nel piccolo soppalco all’interno) trascorre tutto il giorno sostando di fronte alla vetrina abbandonata e dorme ospite nei locali del ristorante di Moussa, lì accanto. Ciò che lo muove a preoccuparsi delle sorti dei libri destinati ad essere gettati non è una motivazione intellettuale: “Charlot ha lasciato qualcosa di bello in quel luogo” spiega Moussa a Ryad, non c’è altro da aggiungere.

Tra il diario di Edmond Charlot e il racconto della definitiva distruzione della sua libreria ad opera di Ryad, si trovano brevi inserti che riportano alcuni episodi chiave della storia dell’Algeria in cammino verso la liberazione dal dominio coloniale: i festeggiamenti per il centenario dell’occupazione nel 1930, la guerra mondiale combattuta da arabi e cabili in difesa della Francia, gli attentati contro le istituzioni coloniali, i massacri dall’esercito francese contro i manifestanti inermi.

Queste istantanee della storia algerina non devono essere intese come un semplice fondale storico volto a rendere ancora più eccezionale la figura di Edmond Charlot, che in pieno conflitto mondiale progettava una collana di libri tascabili “in cinque lingue per i cinque continenti”. Nelle pagine che raccontano la brutalità del colonialismo emerge forte la voce plurale dei dominati che resistono. Questa voce plurale ritorna, immemore e indebolita, nel quartiere della rue Hamami, una volta rue Charras, al giorno d’oggi. Il quartiere può ostacolare con piccoli trucchi il lavoro di Ryad, può suggerirgli dei modi per evitare che tutti i libri finiscano nella spazzatura, ma non può opporsi alla cancellazione della memoria del luogo.

Così i legami tra le persone del quartiere, le loro strane abitudini, come quella del vecchio cieco che riconosce un libro dal peso e ne cita un brano a memoria in un locale notturno, sono un’eco lontana ma riconoscibile delle imprese editoriali di Charlot, che considerava i suoi autori e collaboratori prima di tutto come degli amici.
L’ultimo episodio storico rievocato nel libro è il massacro di Parigi del 17 ottobre 1961, quando una protesta di 30mila algerini viene repressa nel sangue dalla polizia francese. I morti sono alcune centinaia, per un mese si tireranno a riva i corpi dalle acque della Senna.
L’ombra di questa tragedia si proietta indistintamente sulle vicende narrate nel romanzo, su Charlot, Abdallah, Ryad, sui giovani algerini che si riuniscono in una cantina a scrivere poesie. La voce narrante al plurale traccia la linea che congiunge il passato al presente: “Quando, molti anni dopo, i nostri nonni ci vedranno lasciare il Paese per l’altra sponda del Mediterraneo, ci metteranno in guardia: “I francesi sono duri”. Ma noi non capiremo, perché avremo dimenticato”. 

La libreria della rue Charras ci parla – nel suo nucleo profondo – del desiderio di liberazione dalla pesante e smisurata trama delle ingiustizie del presente e del passato. Non importa che questo desiderio trovi la forma di un’avventura editoriale, come per le Edizioni Charlot, o resti racchiuso nel tentativo di mantenere la memoria di un luogo. Non importa nemmeno che entrambe queste vie non abbiano un esito felice. Il romanzo, in una forma composita, mescolando finzione e realtà, si fa portatore di questo desiderio e lo condivide con lettori e lettrici.

Kaouther Adimi è nata nel 1986 ad Algeri e, dopo aver vissuto a Orano e a Grenoble, nel 2009 ha scelto di stabilirsi a Parigi. Dei suoi primi due romanzi – insigniti di numerosi premi letterari su entrambe le sponde del Mediterraneo – è già stato pubblicato in italiano Le ballerine di Papicha (Editrice il Sirente, 2017). Caso letterario in Francia, La libreria della rue Charras ha vinto il Prix Renaudot des lycéens, la Liste Goncourt – le Choix de l’Italie e il Prix du Style.

Il ritorno di Hisham Matar

In questo nuovo appuntamento della rubrica, gli occhi di Sguardo a Sud-Est si spostano dall’Egitto alla Libia per rendere omaggio ad Hisham Matar e al libro che gli è valso il premio Pulitzer 2017 per l’autobiografia, Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro (Einaudi 2017).

Nelle prime pagine del libro si legge una frase che, da sola, chiarisce e riassume quale sia lo stato d’animo dell’autore in procinto di tornare in Libia dopo circa trent’anni di esilio:

«Non vorrei dare alla Libia nulla più di quanto si è già presa.»

E la Libia, in effetti, si era presa quanto di più caro ci fosse nella vita dello scrittore, il padre. Jaballa Matar, oppositore del regime di Gheddafi, così come il nonno Hamed che anni addietro aveva preso parte alla resistenza ed era stato il promotore della liberazione della Libia dal colonialismo italiano, era una figura scomoda e, per questo, da eliminare. Nonostante avessero lasciato la Libia per sfuggire alla repressione della dissidenza politica, l’autore racconta:

«Nel marzo 1990 mio padre fu sequestrato dai servizi segreti egiziani nel nostro appartamento del Cairo e consegnato a Gheddafi. Venne portato nella prigione di Abu Salim, a Tripoli, conosciuta come “l’ultima fermata”, il posto dove il regime spediva coloro che intendeva dimenticare.»

Da quel momento la vita di Hisham e dei suoi familiari è proseguita nella paura e nella continua incertezza riguardo al destino del padre. La similitudine operata dall’autore tra il massacro di Abu Salim del ’96, nel quale il padre è stato verosimilmente ucciso, e L’esecuzione dell’imperatore Massimiliano di Manet, il quadro che aveva iniziato a contemplare alla National Gallery di Londra quello stesso giorno, è uno dei passaggi più toccanti del romanzo, un paragone vivido e al contempo profondissimo, perfetta rappresentazione tanto della sorte della Libia quanto del suo stato d’animo.

Quando, nel 2012, dopo la Rivoluzione e la fine del regime, Matar decide di volare in Libia, il ritorno è un’azione carica di incertezza. La stessa incertezza che pervade ogni pagina del libro e che porta perfino il lettore a dubitare dei fatti certi della storia e a sperare fino alle ultime pagine, in empatia totale con l’autore, che la morte del padre, mai ufficialmente confermata, sia solo una delle due possibili risposte alla domanda che aleggia durante tutta la narrazione. Una scrittura coinvolgente, che rimane fedele ai fatti, ma che al contempo lascia spazio all’immaginazione.

L’accostamento, quasi scontato, ma non banale, tra Telemaco e Hisham, a cui lo stesso autore fa riferimento all’interno del racconto, evidenzia una comunanza di sentimenti e stati d’animo, ma, purtroppo, una conclusione divergente: mentre il primo avrà l’occasione di riabbracciare il padre dopo tantissimi anni, al secondo non è dato neppure seppellirne il corpo, la cui assenza acuisce nell’autore il senso di privazione della figura paterna.

Attraverso l’opera, Hisham Matar intraprende un più ampio percorso di ricostruzione del sé, dei legami familiari e della storia della Libia, che si fa voce di migliaia di storie simili, di un’opposizione all’autoritarismo, non solo nel suo paese, accomuna molti autori e attivisti del Medio Oriente e del Nord Africa.

CURIOSITÀ:

Il suo saggio “The Unsaid: The Silence of Virginia Woolf”, apparso su The New Yorker nel novembre 2014, è stato rielaborato dall’autore per diventare la prefazione della nuova edizione di “Gita al faro” di Virginia Woolf, edito da Einaudi.
La casa editrice torinese ha pubblicato in Italia non solo “Il Ritorno”, ma anche i primi due romanzi di Hisham Matar, di grandissimo successo, “Nessuno al mondo” (2008) e “Anatomia di una scomparsa” (2013).

Mauro Moschitta

Palazzo Yacoubian di ʻAla al-Aswani

In questo nuovo appuntamento, noi di Sguardo a Sud-Est abbiamo scelto di presentare quello che è da molti considerato il best seller arabo per eccellenza: Palazzo Yacoubian (2002), capolavoro dell’egiziano ʻAla al-Aswani. عمارة يعقوبيان (ʻImāra Yaʻqūbiyān) è apparso nell’edizione italiana nel 2006 ed è attualmente il romanzo arabo più venduto al mondo.

Epicentro attorno al quale ruotano le vicende dei vari personaggi, il palazzo che da il nome all’opera è sfondo perenne della narrazione e al tempo stesso protagonista. Nelle primissime pagine, l’autore ci racconta delle sue origini e di quando, nella lussuosa e cosmopolita Cairo degli anni ’30, esso ospitava il fior fiore della società egiziana. Con lo scoppio della Rivoluzione, tuttavia, alcuni generali avrebbero cominciato a requisire gli appartamenti un tempo abitati da ricchi stranieri e, per la prima volta, i minuscoli stanzini fino ad allora utilizzati come ripostigli sarebbero stati impiegati come alloggi per i domestici, per essere in seguito venduti a nuovi inquilini provenienti dalle campagne. Nel giro di quarant’anni, palazzo Yacoubian si sarebbe così trasformato in un vero e proprio quartiere popolare, attraverso un progressivo processo di degradamento che riflette la storia recente del Paese. Testimone dei vari cambiamenti che hanno interessato la società egiziana del XX secolo, a partire dall’epoca di re Farouk e della monarchia, passando per la Rivolta degli Ufficiali e l’ascesa di Nasser fino ad arrivare al regime di Sadat e poi di Mubarak, il palazzo diviene dunque metafora di un Egitto sempre più attraversato dalla corruzione, dalla violenza, dal fanatismo, dalla miseria… un Egitto, per l’appunto, in piena decadenza morale, nonché politica ed economica.

Sullo sfondo della grande Storia, le piccole storie degli abitanti del palazzo scorrono parallele, talvolta incrociandosi. L’autore ci racconta per esempio di Hatim, intellettuale omosessuale dai gusti raffinati e dal comportamento dissoluto, e della sua tragica vicenda d’amore. Vi è poi Hajj ʻAzzam, uomo d’affari privo di scrupoli che compra la vittoria alle elezioni nonché il matrimonio con la giovane Suʻad, divenendo così simbolo della corruzione dilagante. Con la storia di Zaki al-Dusuqi, un’altra voce si unisce alla narrazione corale, arricchendo ulteriormente il ritratto di questa società composita. Aristocratico nostalgico dei gloriosi tempi di re Farouk, Zaki al-Dusuqi sembra trovare la propria serenità solo nell’amore per Buthayna, la cui coronazione sancisce l’incontro tra due mondi apparentemente agli antipodi, lanciando una sfida ad ogni convenzione sociale. Buthayna, dall’altra parte, appare inizialmente in coppia con Taha, il giovane fidanzato con cui condivide sogni e aspirazioni tipici della loro giovane età. Tuttavia, Buthayna e Taha si trovano ben presto a fare i conti con la dura realtà, la quale allontana inesorabilmente i due personaggi gettandoli in un profondo stato di solitudine e disillusione. Il senso di vuoto verrà colmato da Taha tramite un approccio sempre più radicale all’Islam che, con il suo appello allo jihad, condurrà il ragazzo alla rovina.

L’unione di tutte queste voci fornisce al lettore una preziosa chiave d’accesso alla realtà multiforme di un paese come l’Egitto, raccontata in tutte, o quasi, le sue sfumature. Il maggior pregio del romanzo risiede forse proprio nell’abilità dell’autore di rappresentare tali sfumature, tramite un sistema di personaggi sapientemente costruito. Difatti, più che semplici tipi sociali, i personaggi di Palazzo Yacoubian vengono ritratti in tutta la loro complessità, grazie a una scrittura che conduce al cuore della psiche individuale, permettendo di comprendere, prima che giudicare, le sottili dinamiche di cui ognuno è protagonista. Attraverso questa sorprendente comédie humaine, al-Aswani sviscera i segreti e le contraddizioni intrinseche alla società egiziana, offrendone un’immagine viva e profondamente umana.

Curiosità:

Co-fondatore di Kifaya, movimento d’opposizione al regime di Mubarak, ʻAla al-Aswani si è sempre distinto per la propria voce critica nei confronti della corruzione e della tirannide del governo egiziano. Tale criticismo attraversa anche il suo ultimo romanzo Sono corso verso il Nilo (2018), opera in cui l’autore racconta gli eventi di Piazza Tahrir e della Rivoluzione. Tutti gli editori egiziani si sono rifiutati di pubblicare il testo, a causa delle eventuali e rischiose ripercussioni; nonostante ciò, al-Aswani non ha smesso di esprimersi liberamente sulla situazione e gli eventi del proprio paese, spesso criticandone le istituzioni. Coraggioso difensore della libertà di pensiero e parola, il marzo scorso è stato sottoposto a processo con l’accusa di aver insultato l’attuale presidente al-Sisi in un articolo pubblicato su Deutsche Welle.

Greta Sala

copertina Palazzo Yacoubian.png

Vicolo del mortaio di Nagib Mahfuz

La letteratura araba contemporanea, spesso sottovalutata a livello internazionale, ha concepito opere di grande valore e ad alcuni romanzi sono stati conferiti importantissimi premi, proprio a testimoniare la qualità di tematiche e stile. Per questo motivo, noi di Sguardo a Sud-Est abbiamo deciso di dedicare la nostra estate a presentare casi esemplari in tal senso.

La scelta del primo romanzo non poteva che ricadere su Vicolo del mortaio di Nagib Mahfuz. Pubblicato al Cairo nel 1947, زقاق المدق (Zuqāq al-midaq) è stato insignito nel 1988 del premio Nobel per la letteratura; un anno dopo, grazie a questo riconoscimento, colpì l’attenzione dell’editore Feltrinelli, che ne pubblicò una traduzione italiana a cura di Paolo Branca.

Della vastissima produzione letteraria di Mahfuz, Vicolo del mortaio è forse il romanzo più esemplare, con uno stile narrativo così coinvolgente che sembra quasi di abitare in un appartamento delle case a tre piani in fondo al vicolo. Con la Seconda Guerra Mondiale sullo sfondo di una Cairo in attesa del cambiamento, la storia influenza la vita degli abitanti del vicolo, che di storia ne ha vissuta tanta, come si legge nell’introduzione:

«Il Vicolo del Mortaio, come si vede ancora da molti segni, è stato una delle meraviglie dei secoli passati e un tempo ha brillato come un astro fulgente nella storia del Cairo. Quando? All’epoca fatimita, oppure in quella dei Mamelucchi o dei Sultani? Lo sanno solo Dio e gli archeologi… si tratta in ogni caso di una preziosa antichità. […] Ora tutto è diroccato, in rovina. I forti aromi delle erbe medicinali di un tempo hanno lasciato il posto ai profumi di oggi e a quelli che verranno, ma il Vicolo continua a vivere quasi isolato dal mondo che gli scorre attorno, a risuonare di un’esistenza propria, profondamente legata alle radici della vita, e a conservare i segreti del passato.»

Il microcosmo del vicolo e i suoi abitanti si vedono costretti ad affrontare la vita che, inesorabile, scorre dietro l’angolo della strada. La voglia di riscatto, il connubio forzato tra possibilità e desideri, la ricerca di un cambiamento che il vicolo non può offrire, ma che è difficile da raggiungere sono il motore di un romanzo che, con le sue descrizioni puntuali e la sua narrativa tenue, coinvolge il lettore nelle vicende del vicolo e nello spirito di personaggi coi quali è difficile non entrare in empatia.

La storia dell’amore di Abbas al-Helwu per Hamida si intreccia alle vicissitudini degli altri personaggi del vicolo; lo sguardo attento del narratore li segue nei pensieri e nelle azioni e così facendo li svela, stando tuttavia attento a non giudicarli. Il tempo scorre inesorabile ed è scandito solo dal ritmo degli eventi, vicini e lontani, il cui racconto passa di bottega in bottega, dall’alba sino al tramonto, destinati poi a dissolversi nella quotidianità di un angolo della capitale egiziana che difficilmente si fa scalfire dagli accadimenti esterni, in un ciclico ritorno alla normalità.

Il romanzo rispecchia con realismo e distaccata riflessione una Cairo che vive a metà tra la quotidianità e la voglia/necessità di cambiamento. Mahfuz si fa voce di tale condizione in un’opera di grandissimo successo che ha portato la letteratura araba dinanzi al pubblico internazionale e ha stimolato l’interesse per una produzione vasta, multiforme e utile alla comprensione di un contesto molto spesso vittima di stereotipi e luoghi comuni.

Una curiosità: nel 1963 il romanzo è stato oggetto di adattamento cinematografico con una sceneggiatura dello stesso Mahfuz e ha ispirato, nel 1995, la realizzazione di un film messicano, El callejón de los milagros, che riprende le tematiche cardine del Vicolo del mortaio e le adatta al Messico di fine anni Sessanta; la protagonista del film è l’attrice Salma Hayek.

Mauro Moschitta

vicolo