Pezzi di vetro, Alain Mabanckou (66thand2nd)

Pubblicato il 26/01/2021

Consigliato da Cecilia


Mabanckou è uno di quegli scrittori che si prende il diritto di scombinare e sovvertire le regole della grammatica e della punteggiatura. Il risultato di questo gioco, per nulla improvvisato, è una prosa che sgorga in un lessico a registro variabile, uno stile brillante e orgogliosamente irriverente. La sua scrittura è un ibrido, un effluvio continuo che si fa parola sporca e lessico ricercato, lingua torbida e allo stesso tempo fresca di ironia. Pezzi di vetro, storico cliente della taverna “Credito a morte”, osserva l’umanità che la popola, ascolta le storie bizzarre e tragiche dei suoi compagni di bevute e le riporta accuratamente su un quaderno. C’è il tipo coi Pampers, cacciato di casa dalla moglie perché amava frequentare le prostitute del quartiere Rex, c’è il Tipografo, che dice di avere la storia più importante da raccontare perché è stato in Francia, ma ritiene sua moglie francese la fonte di tutte le sue disgrazie e poi c’è il giovane Holden, ossessionato dal romanzo omonimo e da dove vanno le anatre dei paesi freddi quando arriva l’inverno. Ma soprattutto c’è in tutti gli avventori del locale l’impazienza di raccontarsi, di comparire negli appunti che Pezzi di vetro scrive, di lasciare una traccia della propria storia, di non sbiadire nei giorni trascorsi a tracannare litri di vino di palma nella taverna. Pezzi di vetro prende nota e non ci risparmia i dettagli più ripugnanti, più crudi, più tragicamente umani, anche su di sé.  “Quest’ibrido è la vita, entrate nella mia caverna, è piena di sporcizia, di marciume, così vedo la vita io”. Uno sguardo mai distaccato o giudicante quello del narratore, che partecipa al quadro di umanità composita che ha trovato nel locale e nel vino un approdo confortevole da quel che è andato perduto. In Pezzi di vetro la letteratura non si piega al marciume della vita, ma la celebra sarcasticamente e con affetto, segue il suo ritmo e il suo registro, riservandole sempre un sorriso di comprensione. Una letteratura che non ha paura di sporcarsi, di farsi contaminare, di farsi, essa stessa, vita.    Per citare Pezzi di vetro: “Finché i personaggi dei vostri libri si ostineranno a non capire come facciamo noialtri a guadagnarci il pane di ogni notte non esisterà letteratura, ma solo masturbazione mentale”.   Alain Mabanckou  Alain Mabanckou è nato nel 1966 nella Repubblica del Congo. Figlio unico, è cresciuto nella caotica Pointe-Noire, capitale economica del paese, insieme all’amatissima madre, figura centrale della sua vita: non a caso tutti i suoi libri sono dedicati a questa donna forte e determinata che lo ha spinto nel 1989 a trasferirsi in Francia per completare gli studi. E a Parigi Mabanckou è rimasto per oltre dieci anni, assaporando il clima multietnico delle banlieue, dove culture diverse si incontrano e si scontrano, creando quel mix fertile che riaffiora nei suoi romanzi. Attualmente Mabanckou insegna alla University of California a Los Angeles. Primo autore francofono dell’Africa subsahariana a essere pubblicato nella prestigiosa collana Blanche di Gallimard, Mabanckou ha ricevuto numerosi riconoscimenti per i suoi romanzi, tra cui il premio Renaudot per Memorie di un porcospino e il premio Georges Brassens per Domani avrò vent’anni. I suoi romanzi sono pubblicati in Italia dalla casa editrice 66th and 2nd

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