La casa della fame

La casa della fame

Al crepuscolo degli anni ’70, uno spettro nell’imbalsamato ambiente letterario di Oxford, Dambudzo Marechera gettava sul foglio alcune righe che lo avrebbero reso di lì a poco una celebrità e una meteora. Presi le mie cose e me ne andai, così rimbombava l’incipit di quel testo: una sentenza drammaticamente segnata dall’ironia di una dipartita incombente e inevitabile, dall’Inghilterra e poi dal mondo, come ultima tappa di un processo autodistruttivo in cui per ogni eccesso della mente era il corpo a incassare.

L’origine di quel vortice soffocante è custodito nella Casa della fame, un classico svanito nel tempo. Come tempestato da una pioggia di pensieri, in questa novella infinita, lo scrittore protagonista si immerge e riemerge, piomba e si inabissa, in una memoria spontanea che vivifica e scuote l’impellente decisione di andare. Ma via da dove e verso dove non sarà mai chiaro. Continuamente trasfigurati da un’incredibile cantilena di metafore, iconizzati in un particolarissimo espressionismo delle immagini, si aprono invece i trascorsi di un’intera esistenza, e forse di più: le vicende politiche di uno studente sacrificato all’identità africana, la dissoluzione di una famiglia, i pestaggi, i ricordi d’infanzia, le disavventure sessuali, la storia della Rhodesia, le elucubrazioni artistiche di un intellettuale formato nel bozzolo di una cultura bianca da cui viene fatalmente attratto e disgustato, e poi i sogni, gli ideali e soprattutto gli incubi di un vagabondo sconfitto dalla nascita. Il tutto – straordinariamente – in un unico addio, insieme lirico e viscerale, come solo un enorme scrittore prossimo all’abisso è in grado di fare.

 

Dambudzo Marechera (Rusape, Rhodesia Meridionale 1952 – Harare, Zimbabwe 1987) è stato «il Joyce africano» e «il doppelgänger che la letteratura africana non ha mai incontrato»: figlio di un becchino e di una bambinaia, cresciuto all’ombra del segregazionismo, la sua scrittura è «una forma di combattimento» segnata dall’esilio e dalla schizofrenia. 

Espulso da Oxford, Marechera conoscerà le galere britanniche e la vita da squatter prima delle luci della ribalta: Doris Lessing dirà che leggere La casa della fame è come «ascoltare un grido» e Marechera sarà il primo africano a vincere il Guardian Fiction Prize. Dopo un tour promozionale che lo rese una star in Germania – nonostante avesse rischiato di non partire presentandosi scalzo e senza documenti all’aeroporto –, Marechera tornerà in Zimbabwe per assistere alle riprese del film tratto da La casa della fame, ma verrà allontanato dal set dopo aver dato in escandescenze alla notizia che il suo primo romanzo era stato messo al bando.

Passa qualche anno e Marechera è una figura familiare per chi vive tra le strade di Harare: il matto farfugliante che gira con la macchina da scrivere e un sacco a pelo. Finirà i suoi giorni a soli trentacinque anni, dimenticato da tutti, malato di Aids e alcolizzato, senza una casa né un soldo a suo nome.

Info

TitoloLa casa della fame
AutoreDambudzo Marechera
Casa editriceRacconti
LinguaItaliano
EAN9788899767433
ISBN8899767432
13 €
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