La libreria della rue Charras di Kaouther Adimi

La libreria della rue Charras è un romanzo dall’architettura soprendente, in grado di catturare gli amanti dei libri e della carta, gli appassionati di romanzi storici e quei lettori e lettrici che nelle narrazioni cercano piccole tracce degli affetti umani.

Il libro è frutto delle ricerche compiute da Kaouther Adimi, giovane scrittrice algerina, sull’epopea di Edmond Charlot, libraio, editore e bibliotecario ad Algeri dalla metà degli anni ’30 fino ai primi anni ‘60.

Nato e vissuto in Algeria, Charlot si fa fautore nel paese occupato dai francesi di un’idea “mediterranea” di letteratura, aggregando attorno a sé un manipolo di scrittori che si guadagneranno più tardi, a Parigi, fama e riconoscimenti: Albert Camus, Jean Amrouche e André Gide tra gli altri.

Le edizioni Charlot si diffondono dalla capitale algerina fino a Parigi, grazie all’impeto che spinge il loro ideatore a pubblicare a qualsiasi costo, anche se la poca carta rimasta è troppo fragile o di colori diversi, anche se la pace è rotta e fuori dalla sua libreria c’è una guerra mondiale. La libreria l’ha chiamata Les Vraies Richesses, dal titolo di un libro di Jean Giono, ed è talmente piccola che allargando le braccia se ne possono toccare due pareti opposte. Quando la guerra è ancora in corso e Algeri, dove sono sbarcati gli americani, è “la capitale della Francia libera”, Charlot gioisce perché dal suo piccolo rifugio, grazie agli “amici piloti”, riesce a far arrivare i suoi libri in Libano, Egitto e Sudamerica.
Alle pagine asciutte e frammentarie del diario di Charlot si alternano, in contrappunto, i capitoli in cui si articola l’altra traccia narrativa portante del romanzo. Nell’Algeri di oggi si dipana la vicenda del giovane Ryad, giunto ad Algeri proprio per sgomberare quella che una volta era la libreria Les Vraies Richesses di Edmond Charlot, divenuta poi desolata biblioteca statale e infine chiusa e venduta. Studente di ingegneria privo di ogni interesse per la letteratura, Ryad scopre nella rue Hamami, prima rue Charras, che il vicinato ha a cuore la memoria della libreria che lui ha il compito di cancellare (è ciò che prevede il suo stage da studente di ingegneria). L’ultimo custode della vecchia libreria-biblioteca, Abdallah, da quando ha dovuto lasciare il luogo dove lavorava e viveva (dormendo nel piccolo soppalco all’interno) trascorre tutto il giorno sostando di fronte alla vetrina abbandonata e dorme ospite nei locali del ristorante di Moussa, lì accanto. Ciò che lo muove a preoccuparsi delle sorti dei libri destinati ad essere gettati non è una motivazione intellettuale: “Charlot ha lasciato qualcosa di bello in quel luogo” spiega Moussa a Ryad, non c’è altro da aggiungere.

Tra il diario di Edmond Charlot e il racconto della definitiva distruzione della sua libreria ad opera di Ryad, si trovano brevi inserti che riportano alcuni episodi chiave della storia dell’Algeria in cammino verso la liberazione dal dominio coloniale: i festeggiamenti per il centenario dell’occupazione nel 1930, la guerra mondiale combattuta da arabi e cabili in difesa della Francia, gli attentati contro le istituzioni coloniali, i massacri dall’esercito francese contro i manifestanti inermi.

Queste istantanee della storia algerina non devono essere intese come un semplice fondale storico volto a rendere ancora più eccezionale la figura di Edmond Charlot, che in pieno conflitto mondiale progettava una collana di libri tascabili “in cinque lingue per i cinque continenti”. Nelle pagine che raccontano la brutalità del colonialismo emerge forte la voce plurale dei dominati che resistono. Questa voce plurale ritorna, immemore e indebolita, nel quartiere della rue Hamami, una volta rue Charras, al giorno d’oggi. Il quartiere può ostacolare con piccoli trucchi il lavoro di Ryad, può suggerirgli dei modi per evitare che tutti i libri finiscano nella spazzatura, ma non può opporsi alla cancellazione della memoria del luogo.

Così i legami tra le persone del quartiere, le loro strane abitudini, come quella del vecchio cieco che riconosce un libro dal peso e ne cita un brano a memoria in un locale notturno, sono un’eco lontana ma riconoscibile delle imprese editoriali di Charlot, che considerava i suoi autori e collaboratori prima di tutto come degli amici.
L’ultimo episodio storico rievocato nel libro è il massacro di Parigi del 17 ottobre 1961, quando una protesta di 30mila algerini viene repressa nel sangue dalla polizia francese. I morti sono alcune centinaia, per un mese si tireranno a riva i corpi dalle acque della Senna.
L’ombra di questa tragedia si proietta indistintamente sulle vicende narrate nel romanzo, su Charlot, Abdallah, Ryad, sui giovani algerini che si riuniscono in una cantina a scrivere poesie. La voce narrante al plurale traccia la linea che congiunge il passato al presente: “Quando, molti anni dopo, i nostri nonni ci vedranno lasciare il Paese per l’altra sponda del Mediterraneo, ci metteranno in guardia: “I francesi sono duri”. Ma noi non capiremo, perché avremo dimenticato”. 

La libreria della rue Charras ci parla – nel suo nucleo profondo – del desiderio di liberazione dalla pesante e smisurata trama delle ingiustizie del presente e del passato. Non importa che questo desiderio trovi la forma di un’avventura editoriale, come per le Edizioni Charlot, o resti racchiuso nel tentativo di mantenere la memoria di un luogo. Non importa nemmeno che entrambe queste vie non abbiano un esito felice. Il romanzo, in una forma composita, mescolando finzione e realtà, si fa portatore di questo desiderio e lo condivide con lettori e lettrici.

Kaouther Adimi è nata nel 1986 ad Algeri e, dopo aver vissuto a Orano e a Grenoble, nel 2009 ha scelto di stabilirsi a Parigi. Dei suoi primi due romanzi – insigniti di numerosi premi letterari su entrambe le sponde del Mediterraneo – è già stato pubblicato in italiano Le ballerine di Papicha (Editrice il Sirente, 2017). Caso letterario in Francia, La libreria della rue Charras ha vinto il Prix Renaudot des lycéens, la Liste Goncourt – le Choix de l’Italie e il Prix du Style.

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