Il ritorno di Hisham Matar

In questo nuovo appuntamento della rubrica, gli occhi di Sguardo a Sud-Est si spostano dall’Egitto alla Libia per rendere omaggio ad Hisham Matar e al libro che gli è valso il premio Pulitzer 2017 per l’autobiografia, Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro (Einaudi 2017).

Nelle prime pagine del libro si legge una frase che, da sola, chiarisce e riassume quale sia lo stato d’animo dell’autore in procinto di tornare in Libia dopo circa trent’anni di esilio:

«Non vorrei dare alla Libia nulla più di quanto si è già presa.»

E la Libia, in effetti, si era presa quanto di più caro ci fosse nella vita dello scrittore, il padre. Jaballa Matar, oppositore del regime di Gheddafi, così come il nonno Hamed che anni addietro aveva preso parte alla resistenza ed era stato il promotore della liberazione della Libia dal colonialismo italiano, era una figura scomoda e, per questo, da eliminare. Nonostante avessero lasciato la Libia per sfuggire alla repressione della dissidenza politica, l’autore racconta:

«Nel marzo 1990 mio padre fu sequestrato dai servizi segreti egiziani nel nostro appartamento del Cairo e consegnato a Gheddafi. Venne portato nella prigione di Abu Salim, a Tripoli, conosciuta come “l’ultima fermata”, il posto dove il regime spediva coloro che intendeva dimenticare.»

Da quel momento la vita di Hisham e dei suoi familiari è proseguita nella paura e nella continua incertezza riguardo al destino del padre. La similitudine operata dall’autore tra il massacro di Abu Salim del ’96, nel quale il padre è stato verosimilmente ucciso, e L’esecuzione dell’imperatore Massimiliano di Manet, il quadro che aveva iniziato a contemplare alla National Gallery di Londra quello stesso giorno, è uno dei passaggi più toccanti del romanzo, un paragone vivido e al contempo profondissimo, perfetta rappresentazione tanto della sorte della Libia quanto del suo stato d’animo.

Quando, nel 2012, dopo la Rivoluzione e la fine del regime, Matar decide di volare in Libia, il ritorno è un’azione carica di incertezza. La stessa incertezza che pervade ogni pagina del libro e che porta perfino il lettore a dubitare dei fatti certi della storia e a sperare fino alle ultime pagine, in empatia totale con l’autore, che la morte del padre, mai ufficialmente confermata, sia solo una delle due possibili risposte alla domanda che aleggia durante tutta la narrazione. Una scrittura coinvolgente, che rimane fedele ai fatti, ma che al contempo lascia spazio all’immaginazione.

L’accostamento, quasi scontato, ma non banale, tra Telemaco e Hisham, a cui lo stesso autore fa riferimento all’interno del racconto, evidenzia una comunanza di sentimenti e stati d’animo, ma, purtroppo, una conclusione divergente: mentre il primo avrà l’occasione di riabbracciare il padre dopo tantissimi anni, al secondo non è dato neppure seppellirne il corpo, la cui assenza acuisce nell’autore il senso di privazione della figura paterna.

Attraverso l’opera, Hisham Matar intraprende un più ampio percorso di ricostruzione del sé, dei legami familiari e della storia della Libia, che si fa voce di migliaia di storie simili, di un’opposizione all’autoritarismo, non solo nel suo paese, accomuna molti autori e attivisti del Medio Oriente e del Nord Africa.

CURIOSITÀ:

Il suo saggio “The Unsaid: The Silence of Virginia Woolf”, apparso su The New Yorker nel novembre 2014, è stato rielaborato dall’autore per diventare la prefazione della nuova edizione di “Gita al faro” di Virginia Woolf, edito da Einaudi.
La casa editrice torinese ha pubblicato in Italia non solo “Il Ritorno”, ma anche i primi due romanzi di Hisham Matar, di grandissimo successo, “Nessuno al mondo” (2008) e “Anatomia di una scomparsa” (2013).

Mauro Moschitta

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